Descrizione
Sant’Antonio Abate, con oltre 19.000 abitanti dispiegati su un’area di 7,87 kmq. a giacitura prevalentemente pianeggiante, sul piano geografico delimitata a sud dalle prime propaggini dei Monti Lattari, a nord dalla feracissima e ubertosa piana nocerino-sarnese, ad ovest dal golfo di Castellammare di Stabia e ad est dalla provincia di Salerno, racchiude una storia millenaria, che principia agli albori del secondo millennio e si sviluppa però su un territorio antropizzato già al tempo della civiltà romana, di cui si evidenziano un gran numero di ville rustiche disseminate sui primi pendii della collina di Lettere.
Dal secolo XI si registra una rilevante frequentazione nella fascia pedemontana del nostro territorio con concessioni di appezzamenti di terreno, appartenenti a cenobi e monasteri della costa d’Amalfi, a cittadini letteresi, che provvedono a rassodare e coltivare le terre nel rispetto di contratti agrari convenienti.
Nell’intera parte pianeggiante invece, connotata in documenti medioevali con l’idronimo Palude (ad Paludem), dominano gli acquitrini, gli stagni, originati dalle acque sorgive della conca valliva, in assenza di regimentazione, di canali e di fossi di scolo. Le prime bonifiche dell’area paludosa vengono avviate nel secolo XIII da Carlo I d’Angiò, come rileva C. Minieri Riccio (Il regno di Carlo I d’Angiò dal 2 gennaio 1273 al 31 dicembre 1283, Firenze 1877, pag. 22): Le acque delle Paludi di Nocera, che stanno al piede delle terre di Lettere e di Gragnano rendendo l’area malsana, re Carlo fece cavare delle fosse e dei rivi e per essi andavano a scaricarsi nel fiume di Scafati, ma non essendosi pulite quelle fosse, né quei rivi, le acque novellamente rimaste stagnanti, l’aria divenne malsana. Per la qualcosa Carlo Principe di Salerno ordina al Giustiziero di Principato di subito fare nettare quelle fosse e quei rivi. Al secolo decimo sesto appartengono vari tentativi di risanamento dell’area impaludata, di pertinenza dell’Università di Lettere, interessata a bonificare la Marina o Margina, territorio costituito da circa 500 moggia di terreno, sito nella Palude, per poi censirla a imprenditori per ricavarne emolumenti. La Marina o Margina è una zona acquitrinosa specie nel periodo invernale per la presenza di numerose polle e in assenza di canali di scolo e di regimentazione delle acque meteoriche e sorgive. La città di Lettere compie un primo sforzo nel 1569 censendo, per mano di notaio Giovanni Antonio Coppola, ad Eliano Spinola genovese la Marina o Margina con l’intento di prosciugarla e risanarla.
Deceduto Eliano Spinola, il territorio nel 1590 dall’Università di Lettere viene concesso a Benvenuto Tortella e quindi a Vincenzo della Monica e da ultimo nel 1595 a Gentile Radice e Giovanni Battista Avenatri, che con molta spesa operano una radicale bonifica della zona riducendola a coltura, costruendo i poderosi Casoni o Casarielli. Nell’occasione viene scavato un grande canale principale detto Fosso Maggiore e numerosi canali secondari con incanalamento delle acque stagnanti nel fiume Sarno. Nel secolo XVII la problematica dell’impaludamento delle nostre terre si ripresenta ancora più accentuata per la costruzione di una diga sul fiume Sarno attuata dai Piccolomini, feudatari di Scafati e conti di Celano, per alimentare e attivare due mulini di loro proprietà in località Bottaro, attraverso il canale omonimo appositamente scavato. Le conseguenze della barriera sono funeste e disastrose con allagamenti dell’intera valle, che diviene malsana e improduttiva con ingenti e incalcolabili danni alle coltivazioni e soprattutto alla salute delle popolazioni.
Seguono di conseguenza presso i Tribunali di Napoli da parte dei contadini della zona vari ricorsi, che dopo alterne vicende si concludono favorevolmente per i proponenti. Il feudatario rimuove la diga, ma in seguito innalza un nuovo argine a monte del Sarno, riducendo nuovamente la valle ad un esteso acquitrino con conseguenze esiziali, che durano oltre due secoli, problematiche risolte a metà del secolo XIX con interventi e sforzi economici rilevanti sostenuti dai Borboni prima e dal governo italiano poi. Vengono aperti nuovi canali, si alzano gli argini coinvolgendo le acque nel Fosso Maggiore, reso largo e profondo, con il prosciugamento dell’intero territorio, ancora definito con l’idronimo Palude, che connota parimenti il villaggio Sant’Antonio Abate.
Il Fosso Maggiore, chiamato poi rivo o fiume Marna, lungo 3 km., origina in terreni un tempo paludosi nella località Portale, serpeggia per la campagna abatese, lambisce l’area appellata Funnina, ossia zona di numerose polle, sfiora i Casoni o Casarielli della Marina, attraversa indi la località Fusara, dove riceve le acque di un affluente di destra, il rivo Fosso del Mulino, incrocia la frazione Mariconda, interseca da ultimo via Ripuaria sfociando nel Sarno. Dulcis in fundo rileviamo la bonifica intervenuta sul Sarno e i suoi adduttori a partire dagli anni novanta del trascorso secolo, tesa al superamento dell’emergenza socio-economico-ambientale di tutto il bacino idrografico, in particolare il tratto da Scafati alla foce, compreso il nostro affluente Marna, condotta in anni di lavoro tra alterne vicende e spese ingenti.
Invitiamo nel merito l’amministrazione comunale a ultimare l’opera di risanamento, facendosi carico della sistemazione di tutto il bacino del fiume Marna con impianto di essenze arboree lungo le sue sponde e la creazione di una pista ciclabile e pedonale fino a Pompei.
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Ultimo aggiornamento: 8 ottobre 2026, 15:15